Come vincere la guerra dei talenti
Si deve ad Ed Michaels e agli uomini della McKinsey l’espressione
“guerra dei talenti” titolo emblematico di una ricerca
effettuata nel 1998 in pieno boom economico per indicare la frenesia
con la quale le aziende americane cercavano di accaparrarsi manager
capaci e giovani di talento per realizzare i loro piani di sviluppo.
Proprio per questo definizioni come talento, high potential,
high flyer, sono entrate nel gergo corrente degli uomini delle
risorse umane, presso i quali la rapidità di diffusione
del tema legato alle politiche di employer branding finalizzate
all’attrarre e trattenere in azienda i talenti ne evidenzia
con estrema chiarezza l’importanza.
Chi sono i talenti?
I talenti sono junior, giovani con un forte potenziale e con
prestazioni superiori alla media, in grado di lavorare assumendosi
responsabilità sempre maggiori, veloci nell’apprendere
e in grado di trasferire valore alla struttura e manager con più
anni di esperienza, professional di indiscussa competenza, che
eccellono nell’operatività e con un alto grado di
affidabilità.
Sono persone insomma che oltre a garantire elevate prestazioni
nel loro settore lavorativo, fanno squadra, trasmettono entusiasmo
al gruppo all’interno del quale lavorano e consentono all’azienda
di avere una marcia in più per il raggiungimento dei risultati
di business.
Tuttavia le risorse di talento sono una merce rara in azienda
e anche in periodi economicamente difficili come quelli attuali
si fa fatica ad inserirli nell’organizzazione. Un tema,
quello dei talenti che le aziende hanno iniziato ad affrontare
con sempre maggiore attenzione negli ultimi anni chiamate a rispondere
all’interrogativo su come attrarli in azienda e, quindi,
come motivarli e trattenerli rispetto alle sirene del mercato
e della concorrenza.
Le aziende stanno toccando con mano che la vera competitività
si gioca ormai sugli asset intangibili, le risorse umane, che
sono la vera fonte di vantaggio competitivo e di differenziazione
rispetto ai concorrenti.
La competitività ormai si gioca sul campo delle idee dell’innovatività,
della capacità di differenziarsi in modo positivo rispetto
ai propri competitor. E sono proprio le persone che fanno la differenza,
in particolare le persone di talento, in grado di generare valore
all’interno ma anche all’esterno dell’azienda.
La questione comunque non è semplice. Sebbene la dinamica
del mercato del lavoro abbia subito un rallentamento in relazione
alla difficile congiuntura economia che l’Italia sta attraversando,
le conseguenze del calo demografico e dell’invecchiamento
della popolazione, fanno ritenere che la guerra dei talenti non
sia affatto finita ma debba continuare anche negli anni futuri,
durante i quali la riduzione della forza lavoro della popolazione
compresa tra i 30 e i 45 anni comporterà una carenza strutturale
di “executive” ai quali le imprese potranno attingere.
Ma cosa significa oggi vincere la guerra dei talenti?
Significa per le imprese essere in grado di rispondere alle esigenze
dei lavoratori oggi, alle loro aspettative. Significa saper comunicare
all’interno, al propri dipendenti così come all’esterno
al mondo dei potenziali dipendenti dell’impresa. Significa
comunicare in modo chiaro e distintivo la proposta di valore legata
ad un determinato brand aziendale ovvero trasmettere cosa significa
lavorare per una determinata azienda, quali sono i valori che
l’azienda persegue e come i singoli dipendenti si sentono
parte di questi valori. Significa costruire un ambiente di lavoro
attento alle esigenze dei dipendenti, alla qualità della
vita, con una costante attenzione al clima organizzativo. Significa
però saper anche gestire le prestazioni dei propri dipendenti,
investendo sulla formazione e sullo sviluppo delle proprie risorse
con dei piani di carriera chiari e ben definiti oltre a delle
politiche retributive che premino le performance individuali.